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L'arte in Italia, durante il I millennio a.C., risente molto delle superiori civiltà del Mediterraneo soprattutto quella greca e quella fenicia.
Arte protocristiana, preromanica,
romanica
Il primo esprimersi di un'arte italiana fu nella scultura e
nella pittura delle catacombe. Dopo il 313, la funzione di complesso architettonico
cristiano per eccellenza, destinato alla riunione dei fedeli e alla glorificazione di Dio,
fu assunto dalla basilica, le cui forme strutturali derivarono dal mondo
ellenistico-romano, come nelle basiliche romane di Santa Maria Maggiore e Santa Sabina. Le
primissime manifestazioni del romanico in Italia riguardano il paramento esterno della
costruzione, articolato e sensibilizzato da lesene, arcature cieche e archetti, in modi
decorativi che, elaborati da maestranze comasche, si diffusero ovunque in Europa. La
grande novità costruttiva del romanico italiano è però l'impiego sistematico del
costolone. Esempio principe del
compatto organismo
romanico è il rifacimento, intorno al 1080, della basilica di Sant'Ambrogio a Milano. A
Venezia la chiesa di San Marco, consacrata nel 1024, a croce greca, ispirata alla
costantinopolitana chiesa dei Santi Apostoli, innalzò sontuosamente gli spazi cavi delle
sue cupole rivestite di ori e di mosaici. Personalità dominanti della scultura dell'epoca
furono Wiligelmo, diffusore di modi plastici sensibili agli influssi dell'arte borgognona,
e Benedetto Antelami, autore della Deposizione (1178) nel duomo di Parma.
Il Duecento e il Trecento
Questo lungo periodo è caratterizzato dall'assorbimento e
dall'elaborazione dei modi stilistici del gotico, penetrati in Italia al principio del
XIII sec. con i monaci cisterciensi. Il monumento più famoso dell'ordine è San Francesco
ad Assisi (iniziato da frate Elia) che nella chiesa superiore accoglie le storie del santo
affrescate da Giotto. A Firenze le grandi chiese degli ordini mendicanti, Santa Maria
Novella, domenicana, e Santa Croce, francescana, inscrivono il luminoso spazio interno,
uniformemente dilatato, nelle strutture lineari degli altissimi pilastri e delle ampie
arcate; ma ancora più solenne è la cattedrale di Santa Maria del Fiore,
nella quale, alla fine del XIII sec., lavorò
Arnolfo di Cambio. Una preziosità senza pari, in forme slanciate e pittoresche, si
riflette nelle originali architetture tardogotiche veneziane: la Ca' d'oro e il Palazzo
Ducale, con il loro gioco dei colori sull'ombra nera di archi, portici e gallerie. Lo
scultore Nicola Pisano creò tra il 1255 e il 1260 il pulpito del battistero pisano. Dalla
bottega di Nicola e con la sua collaborazione uscirono il pulpito del duomo di Siena,
l'arca di San Domenico (1264-1267) nella chiesa dedicata al santo a Bologna e la Fonte
maggiore di Perugia. Il più grande degli scolari di Nicola fu il figlio Giovanni,
temperamento artistico diversissimo, aperto al flusso vitale della civiltà gotica e
sempre originalissimo nell'espressività delle figure in sé concluse della facciata del
duomo senese e nei vivi, violenti, drammatici rilievi dei pulpiti di Sant'Andrea a Pistoia
e del duomo di Pisa. Negli ultimi decenni del XIII sec., sorgendo dal neoellenismo
bizantino, si andò affermando una civiltà pittorica italiana con il fiorentino Cimabue e
con il romano Cavallini.
Una diversa generazione di pittori iniziò con Giotto. La sua limpida
rappresentazione della realtà segna alfine il pieno distacco dalla civiltà medievale e
l'abbandono delle formule bizantine.
Il senese Simone Martini ebbe dell'arte
gotica il senso elegante dei miniatori francesi. Simone accolse le grandi novità del
linguaggio giottesco, capaci di esercitare viva suggestione su un altro grande pittore
senese, Pietro Lorenzetti, che lavorò anche in collaborazione con il fratello Ambrogio,
autore delle famose allegorie del Buono e del Cattivo Governo nel Palazzo Pubblico di
Siena, dove fece le sue prime prove la pittura italiana di paesaggio.
Il Quattrocento
Il fermento della civiltà artistica quattrocentesca, strettamente legata alla cultura
umanistica, comincia a Firenze, centro di irradiazione del Rinascimento. Le vie maestre
dell'architettura furono indicate dal Brunelleschi e dall'Alberti. Capolavoro del
Brunelleschi la cupola di Santa Maria del Fiore, innalzata a partire dal 1420 senza
supporti esterni, energica e armoniosa. I primi studi di Leonardo sul tema della
pianta centrale nacquero nello stesso giro di anni, segno di un comune
convergere della visione architettonica. Diresse la decorazione della fastosa reggia
urbinate dei Montefeltro, dal 1477, Francesco di Giorgio Martini, senese, pittore,
scultore, architetto e costruttore di fortezze. Bramante impose il vero gusto classico in
Lombardia con i volumi armoniosi della chiesa di Santa Maria presso San Satiro e del coro
e cupola di Santa Maria delle Grazie a Milano. La prima scultura veramente rinascimentale
è il San Giorgio di Donatello, per Orsammichele (Firenze, Museo del Bargello).
L'influenza esercitata dalla visione di Donatello e dal carattere interiore della sua arte
fu grandissima, e non soltanto per la scultura. L'arte di Andrea Verrocchio, grandissimo
bronzista e continuatore dei princìpi di Donatello, è la sintesi più completa del clima
artistico fiorentino nell'ultimo quarto del secolo. La pittura rinascimentale nacque a
Firenze nella cappella Brancacci al Carmine: pochi metri quadrati di affresco nei quali,
con la sapiente prospettiva e il gioco della luce,
Masaccio rinnovò l'arte
grandissima di Giotto. Il breve ciclo, dominato dal Tributo della moneta, aprì la
via a tutti gli orizzonti della pittura secondo due indirizzi. Il primo, attraverso il
Beato Angelico e Paolo Uccello, interpretò Masaccio nei modi che, attraverso Domenico
Geneziano, sfociarono in Piero della Francesca, nella sintesi spazio-colore del suo ciclo
di affreschi con la Leggenda della Santa Croce (terminati nel 1460 nella cappella
maggiore di San Francesco ad Arezzo). Con Filippo Lippi e, in parte, Andrea del Castagno
l'altro indirizzo innestò nella forma masaccesca il linearismo donatelliano e trovò il
filo che guida alle elegie pagane del Botticelli (Primavera, Nascita di Venere, Pallade
doma il centauro) e alle ricerche espressive del Pollaiolo e del Verrocchio. Tra i
più giovani artisti che frequentarono la bottega di Andrea del Verrocchio, fu anche
Leonardo. Uno
splendore senza precedenti la pittura conobbe anche a Mantova
con Andrea Mantegna, creatore di forme solide e compatte in uno stile severo, plastico,
con scorci sapienti e lussuosi apparati archeologici, come nella grandiosa abside di
fronde e di gemme della Madonna della Vittoria (Louvre). La corte estense ospitando
a Ferrara, fra il 1430 e il 1450, artisti quali Pisanello, Iacopo Bellini e Piero della
Francesca, preparò le condizioni allo sviluppo di una originale scuola pittorica, aperta
anche alle forti suggestioni della cultura mantegnesca e padovana. Giovanni Bellini si
rivolse verso l'arte semplice, serena, della calda atmosfera coloristica e tonale che gli
è propria.
Il Cinquecento
Roma visse nel XVI sec. un periodo di grande splendore artistico.
L'architettura inizia con
il tempietto di San Pietro in Montorio di Bramante. Egli affermò la nuova classicità nei
progetti del cortile del Belvedere e soprattutto della nuova basilica di San Pietro in
Vaticano. Nel 1546, ebbe inizio l'attività architettonica di Michelangelo, in una
temperie dominata dai problemi espressivi della Controriforma, in quel rinnovarsi della
coscienza artistica che viene chiamato manierismo. Nelle altre regioni italiane la
divulgazione dello stile romano e del manierismo giunse a originali interpretazioni a
Firenze con il Vasari (palazzo degli Uffizi) e con l'Ammannati (cortile di palazzo Pitti
aperto sul giardino di Boboli), a Genova con Galeazzo Alessi (villa Cambiaso), autore
anche del palazzo Marino a Milano. A Venezia l'architettura cinquecentesca si impose con
Jacopo Tatti detto il Sansovino. Creatore di un particolare umanesimo fu invece, nel
Veneto, Andrea Palladio, che trasfigurò in una personale visione di colore l'arte
classica, il senso di proporzione del Brunelleschi, quello delle masse di Leon Battista
Alberti e il valore spaziale di Bramante, dando un'impronta eterna a Vicenza con il
palazzo Chiericati, la basilica, il Teatro Olimpico, la loggia del Capitanio, la Rotonda.
La scultura del XVI sec. è dominata da Michelangelo.
È tuttavia impossibile
separare in Michelangelo le due attività di scultore e pittore. I progetti per il
mausoleo di Giulio II e la volta della Cappella Sistina, terminata nel 1512, davano già
chiara l'idea di come Michelangelo sapesse esprimere la sua potente drammaticità
attraverso le figure. Nella scultura del XVI sec. occupano un posto considerevole anche
Benvenuto Cellini, inarrivabile orafo oltre che scultore, e il Giambologna, la cui arte
toccò con raffinata eleganza tutti i temi cari al classicismo intellettualistico dei
manieristi fiorentini. Erede delle aspirazioni
artistiche del
Quattrocento, Leonardo le trascese in unità e iniziò la nuova visione pittorica del
Cinquecento. Architetto, scultore, pensatore e scienziato, egli dà con la sua pittura
anche l'idea della vastità dei suoi interessi dottrinali, dall'Adorazione dei Magi,
al Cenacolo, alla Gioconda, alla Sant'Anna.
L'idealismo universalistico del secolo caratterizza la pittura di Raffaello. L'essenza
classica della sua arte si manifesta nella decorazione della Farnesina,
con la Galatea,
nei ritratti di Leone X e Baldassare Castiglione, nei quadri sacri. L'influenza alterna di
Raffaello e di Michelangelo si espresse variamente nel manierismo dei seguaci, il più
geniale dei quali, Giulio Romano, tentò una sintesi delle due visioni e creò il suo
capolavoro a Mantova nel palazzo del Te. Voluttuoso nella decorazione della volta del
convento di San Paolo a Parma, il Correggio creò visioni di luce dorata dissolte in
movimenti luminosi nelle cupole di San Giovanni Evangelista e della cattedrale,
rispettivamente con l'Assunzione e l'Ascensione, e un capolavoro di
modernità compositiva nella Natività, nota come la Notte di Dresda. A
Venezia, Giorgione suggellò nel primo decennio del secolo in unità di visione
atmosferica i valori del colore e della luce veneziana, attuando la riforma della pittura
tonale e creando l'espressione di un'umanità e di una poesia nuove in una natura nuova.
L'eredità di Giorgione fu raccolta da Tiziano, trionfatore del Cinquecento veneziano
nell'Assunta, nella Pala di Ca' Pesaro, nei Baccanali.
La
cultura manieristica si inserisce nell'opera del Tintoretto, creatore del ciclo della
scuola di San Rocco, del Bassano dalla pennellata modernissima, del Veronese, che è la
«palladiana» conclusione del linguaggio pittorico veneto del Cinquecento negli affreschi
di Maser, nei quadri mitologici, nei ritratti.
Il Seicento e il Settecento
La visione plastico-monumentale del tardo Cinquecento romano fu trasformata
dall'esuberante fantasia del Bernini, uno dei creatori in campo scultoreo e architettonico
del barocco. La straordinaria fantasia dell'artista si espresse nel palazzo Barberini, in
Sant'Andrea al Quirinale, nella Scala regia in Vaticano, dando la piena misura di sé
nella sistemazione di Piazza San Pietro. Nella scultura, l'ultimo manierismo
cinquecentesco si era manifestato con Pietro Bernini e con Francesco Mochi. Il nuovo senso
plastico di Gian Lorenzo Bernini, aperto allo spazio e all'atmosfera, si espresse nell'Apollo
e Dafne e nel David della Galleria Borghese. Immenso fu il fermento
suscitato dall'apparire del Caravaggio a Roma. L'importanza della sua rivoluzione luminosa
trascende i limiti della sua epoca: due secoli di pittura europea sarebbero addirittura
inconcepibili senza di lui. Il linguaggio formale dell'architettura del Settecento,
definito con il termine di rococò, è caratterizzato dalla grande importanza degli
interni e dalla ricchezza delle decorazioni pittoriche e scultoree. La disposizione delle
pareti, che accetta, pur semplificandolo, il movimento barocco, suggerisce la vaga
impressione classicistica della reggia di Caserta, capolavoro di Luigi Vanvitelli. Filippo
Juvara (o Júvarra) e l'architetto più insigne del secolo, originario di Messina ma
operoso soprattutto a Torino, dove la facciata di palazzo Madama, del 1718, è la più
originale versione settecentesca dei principi barocchi. In pittura la visione dei
veneziani, Sebastiano Ricci e Piazzetta, riscopritori, del colore chiaro e vaporoso del
Veronese, è alla base dello stile di Giambattista Tiepolo,
genio delle decorazioni auliche, monumentali e in questo senso ancora tardobarocche del palazzo Labia e della chiesa degli Scalzi a Venezia, della villa Pisani a Stra, del duomo di Udine. Il Canaletto e il Guardi portarono al più alto livello la pittura di veduta e il capriccio.
Dal neoclassicismo al Liberty
Il profondo mutarsi del costume e del pensiero coincise, nell'ultimo quarto del XVIII sec., con la nascita del neoclassicismo, che oppose all'ultimo barocco, per un'esigenza di semplicità e schiettezza, la ricerca di una classica bellezza ideale. Architetto insigne fu Giuseppe Piermarini, operoso nella Milano di Maria Teresa che egli rinnovò con gli armonici volumi dei suoi edifici: palazzo Belgioioso, teatro alla Scala, Villa Reale di Monza. Genio della scultura neoclassica fu Antonio Canova, che riflette il nuovo senso della vita e della storia e la nuova concezione della forma in opere che trascendono i moduli classici (Paolina Borghese). Il maggiore architetto del periodo romantico fu Alessandro Antonelli, tecnico audace, autore dell'arditissima Mole di Torino. L'ecclettismo, che caratterizza la seconda metà del secolo, è palese in scultura, dal Sarrocchi al retorico Giovanni Dupré, a Carlo Marocchetti. In pittura la pretesa rivoluzione romantica, che fu detta la «rivoluzione dei trovarobe», ebbe in Francesco Hayez il suo vessillifero. Degni di menzione sono il movimento dei macchiaioli, rinnovamento spirituale e tecnico, antiaccademico, promosso da Serafino De Tivoli e i pittori della scapigliatura lombarda.
Nel XX sec., in ritardo rispetto al resto d'Europa, si affermarono in Italia le nuove tendenze floreali o Liberty con Ernesto Basile, Raimondo D'Aronco, Giulio Arata e persino Antonio Sant'Elia, che doveva precorrere nei disegni futuristi la città nuova. Fra le due guerre le più nobili opere dell'architettura razionale furono realizzate da Giuseppe Terragni e da Giuseppe Pagano. Nella scultura un eccezionale tecnico del marmo, quale Adolfo Widt, da inizi simbolisti e floreali, giunse a un suo originale espressionismo. Primo grande maestro della pittura del Novecento fu il livornese Amedeo Modigliani, attivo a Parigi accanto agli artisti francesi d'avanguardia, pressappoco negli anni in cui i futuristi esaltavano la simultaneità e il ritmo del movimento, e nascevano i capolavori di Boccioni, allievo di Giacomo Balla, e quelli di Gino Severini, creatore del Geroglifico dinamico del Bal Tabarin. Geniale creatore della pittura metafisica fu Giorgio De Chirico. Altrettanto corposa, violenta, la tavolozza di Renato Guttuso, il maggior pittore figurativo contemporaneo, autore di prestigiosi ritratti.
L'arte contemporanea
La ripresa dei contatti, lungamente interrotti, con la cultura europea segnò per l'arte italiana del dopoguerra un momento di grande sviluppo, caratterizzato da un vivace dibattito sulle avanguardie: da una parte i sostenitori delle avanguardie postcubiste e dell'informale, a quell'epoca in fase di espansione in tutto il mondo occidentale; dall'altra parte i seguaci del neorealismo o realisti che propugnavano un'arte di scoperto impegno civile anziché lirica, partendo anch'essi dalla lezione postcubista, ma dal Picasso di Guernica. Accanto a queste due tendenze, e in polemica con entrambe, vitalissima è stata l'esperienza concretista, che proseguiva un filone nato negli anni Trenta e comprendente una vasta gamma di espressioni centrate sulla ricerca nel campo della comunicazione visiva (B. Munari, G. Veronesi), con significativi agganci con il design. Attorno al 1960 ebbe grande sviluppo la Nuova figurazione, anch'essa intesa, almeno inizialmente, in un duplice senso: da una parte i coscienti eredi del realismo (G. Guerreschi a Milano, R. Vespignani a Roma), che venavano il loro impegno civile di problematicità e talvolta di intima riflessione; dall'altra ancora una volta l'«avanguardia», questa volta aperta ai suggerimenti del neodadaismo e della pop-art in una vastissima gamma di varianti. Nel dopoguerra sono da segnalare, sotto la stessa denominazione di neorealismo nota nel campo cinematografico, le esperienze compiute da un gruppo di giovani architetti, in particolare in collegamento con i nuovi piani di edilizia economica e popolare, tendenti a rivalutare un'architettura più vicino alla tradizione locale (Quartiere Tiburtino a Roma, 1950, di Mario Ridolfi e borgo della Martella a Matera, 1951, di Ludovico Quaroni). Tra la seconda metà degli anni Settanta e la prima metà degli anni Ottanta l'interesse si sposta sul problema del recupero del patrimonio edilizio esistente, sul controllo delle espansioni indiscriminate delle grandi città, sulla salvaguardia delle funzioni «povere» all'interno delle aree centrali delle città: alcuni piani e realizzazioni italiane in questo campo acquistano risonanza internazionale (piano di edilizia economica e popolare per il centro storico di Bologna, piano regolatore generale di Milano, avvio di una politica di restauro urbano e di recupero degli edifici storici). Alla ricerca di un rapporto con la storia della città e del territorio, la nuova architettura italiana si inserisce autorevolmente nel dibattito internazionale con attiva presenza di opere e di teorie: Carlo Aymonino, Guido Canella, Giorgio Grassi, Vittorio Gregotti, Paolo Portoghesi e Aldo Rossi si affiancano ai più noti Ludovico Quaroni, Giuseppe Samonà, Mario Ridolfi, Giancarlo De Carlo e Ludovico Belgioioso, grazie anche all'intensa attività pubblicistica italiana nel settore (le riviste Casabella e Domus in particolare).