Storia

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Preistoria

I ritrovamenti preistorici consentono di dimostrare come il territorio italico sia stato abitato fin dal periodo paleolitico inferiore. Più numerosi i resti attribuibili al successivo periodo del paleolitico medio, in cui fecero apparizione anche in Italia individui della razza di Neandertal. Dopo il periodo che vide, con l'apparizione degli utensili di rame, la diffusione della cultura neolitica del vaso campaniforme, di estrazione iberica, fiorirono le varie culture dell'età del bronzo, che vide al Nord il grande sviluppo degli insediamenti palafitticoli e terramaricoli, lungo la penisola le civiltà d'origine pastorale e al Sud la crescente influenza del mondo culturale egeo. È solo con l'età del ferro che possono individuarsi vari aggruppamenti in cui sono ravvisabili i popoli dell'Italia preromana con una loro peculiare fisionomia: a NO i Liguri, a NE i Veneti, gli Etruschi nella zona corrispondente all'attuale Emilia-Toscana, quindi le popolazioni propriamente dette italiche (Umbri, Sabini, Latini, Equi, Volsci, Sanniti, Campani, Lucani, Bruzi, ecc.) nella zona centromeridionale, lapigi nella Puglia, Siculi e Sicani in Sicilia, Sardi in Sardegna.

Storia

A più riprese, le rivalità esistenti tra questi popoli diversi per origine e livello culturale si risolsero in conflitti armati, soprattutto tra Greci ed Etruschi. Gli Etruschi, sentendosi minacciati dall'espansione dei Focesi di Marsiglia, si allearono con Cartagine e insieme ne distrussero la flotta nelle acque di Aleria. Impadronitisi della Corsica, progredirono oltre il Lazio alla conquista della Campania; ma la duplice disfatta di Cuma (524 a.C.) e di Ariccia (505-504 a.C.) e la cacciata dei Tarquini da Roma li costrinsero a retrocedere. La loro potenza si ridusse sempre più quando, a metà del V sec. a.C., i Sanniti discesero dalle montagne dell'Abruzzo e Molise per occupare le fertili pianure sottostanti e nell'Italia settentrionale i Galli, inserendosi tra Liguri e Veneti, irruppero nella pianura padana, donde in seguito si riversarono nella penisola. Roma iniziò allora il suo capolavoro politico-militare: la conquista e l'unificazione dell'Italia (IV-II sec. a.C.). Vi riuscì attraverso numerose guerre (con i Latini, gli Etruschi, i Galli, i Sanniti, i Greci Italioti) e un'arte di governo moderata e costruttiva.

Il nome Italia si estese a buona parte della penisola, mentre il latino diveniva la lingua comune. Poco dopo la battaglia di Filippi (42 a.C.) tutta la Gallia Cisalpina venne incorporata nell'Italia, che estese in tal modo i confini settentrionali sino alle Alpi, dal Varo all'Arsa. Ma lo sviluppo dell'Impero con le sue necessità di organizzazione diminuì a poco a poco il primato dell'Italia che finì definitivamente con lo spostamento della capitale a Bisanzio. Con l'affermarsi del cristianesimo le restava tuttavia un'altra funzione di preminenza: a Milano, ormai capitale contro le minacce dei Barbari, sant'Ambrogio imponeva la sua volontà all'imperatore Teodosio e a Roma il papato poneva le basi della sua universale autorità.

Il medioevo

Le invasioni barbariche

Dopo la morte di Teodosio I il Grande (395), la divisione dell'Impero romano, già avvenuta altre volte per periodi più o meno brevi in passato, divenne definitiva. Da allora l'Italia fu più volte invasa da popolazioni barbariche (Unni, Goti, Visigoti, Ostrogoti) fino a quando Odoacre (476) depose l'ultimo imperatore Romolo Augustolo e divenne re. L'imperatore d'Oriente Giustiniano cercò in seguito di riconquistare l'Italia e ci riuscì dopo venti anni di lotte contro gli Ostrogoti. Un altro popolo fece però la sua irruzione in Italia conquistando il Nord: i Longobardi (568). La dominazione longobarda ebbe fine dopo due secoli con l'invasione di Carlo Magno, re dei Franchi (774).


L'età carolingia

Carlo Magno fu cinto della corona imperiale da papa Leone III la notte di Natale dell'anno 800. Egli portò in Italia il sistema feudale francese, dividendo la penisola in grandi feudi affidati a comites alle sue dipendenze. Alla morte di Carlo i suoi successori non seppero mantenere l'unità politica dell'impero. Diverse personalità si contesero per lungo tempo la corona imperiale fino a quando Ottone I di Sassonia intervenne nelle lotte e fu incoronato imperatore nel 962.


L'età dei Comuni

Il fenomeno comunale fu all'inizio la manifestazione della volontà di autonomia delle città padane e toscane, espressa dalla piccola nobiltà locale e appoggiata dai vescovi. Ben presto molti Comuni sorsero in tutta Italia, molti economicamente prosperi. Federico I di Svevia il Barbarossa (1152-1190) rivendicò i diritti dei sovrani usurpati dai Comuni e si scontrò a Legnano (1176) con i Comuni organizzati nella Lega lombarda uscendo sconfitto. Con la battaglia di Benevento (1266) si instaurò in Italia il predominio angioino. Nel Sud cominciò una guerra ventennale tra angioini e aragonesi.


Stati signorili e principeschi

Nel XIV e XV secolo molte città comunali accrebbero enormemente il loro potere. Tra queste Venezia, Verona, Pisa, Milano e Firenze. In esse salirono al potere famiglie locali molto in vista (ad es. gli Scaligeri a Verona, gli Sforza e i Visconti a Milano, i Medici a Firenze) che trasformarono i Comuni in signorie. La lotta per l'egemonia tra Milano, Firenze e Venezia si concluse con la pace di Lodi (1454) che diede inizio a un periodo di equilibrio e di rigogliosa vita culturale. Nel Sud l'insurrezione e la guerra dei Vespri siciliani (1282-1302) avevano separato il regno di Sicilia, divenuto Aragonese, dal regno di Napoli conservato dagli Angioini. Alla fine del medioevo l'Italia si configurava come un sistema di cinque Stati maggiori: Napoli, Roma, Firenze, Venezia e Milano tenuti insieme da un fragile patto di non aggressione che resistette per quarant'anni (1454-1494).


Le guerre di predominio e la preponderanza spagnola

Dalla discesa di Carlo VIII all'avvento di Carlo V. L'equilibrio tra gli Stati italiani non resistette all'attacco di Carlo VIII di Francia, col quale si iniziarono le guerre per il predominio sulla penisola durate dal 1494 al 1559: protagonisti principali la Francia, la Spagna e l'Impero, fiancheggiati o osteggiati dall'uno o dall'altro degli Stati italiani; conclusione, il predominio della Spagna, mantenuto sino ai primi anni del XVIII sec. Domini diretti della corona spagnola furono i regni di Sardegna, di Sicilia e di Napoli, il ducato di Milano, alcune parti della costa tirrenica, l'Elba e Piombino. I francesi restituirono il Piemonte ai Savoia. Nonostante queste guerre, l'Italia visse tra il 1454 e il 1559 un fervido periodo culturale. Tra le personalità che lo caratterizzarono vi furono Leonardo, Raffaello, Michelangelo, Ariosto, Machiavelli, Guicciardini. L'atteggiamento dei sudditi verso la Corona spagnola fu, in complesso, di lealtà e di devozione. Nel regno di Napoli, pressione tributaria e servitù militari, sopportabili nel Milanese, soverchiavano una popolazione economicamente molto più debole e in condizioni di cronico squilibrio sociale. Senza sottovalutare l'opera svolta dal governo spagnolo per la protezione del territorio dagli attacchi esterni e per sottomettere a disciplina i baroni, né le provvidenze per il risanamento urbanistico della capitale e per l'incremento delle attività produttive, va notato che il disagio della popolazione venne sempre crescendo e, pur rimanendo vivo un sentimento di devozione verso la Corona, non mancarono sommosse. La più grave fu quella legata al nome di Masaniello (1647): nell'autunno del 1647 fu proclamata la Repubblica con il titolo confuso di Serenissima Repubblica del regno di Napoli. Ma gli spagnoli soffocarono la ribellione (primavera 1648). Tra gli Stati indipendenti dalla dominazione spagnola, il più importante era quello della Chiesa, governato tra la metà del XVI sec. e la fine del XVII dai papi promotori ed esecutori della restaurazione cattolica. La politica ecclesiastica non distolse tuttavia i papi dalla cura degli affari temporali, e fu una cura rivolta ad accrescere i domini territoriali e a garantire al complesso di essi la sicurezza di fronte ai pericoli sia di disgregazione interna sia di attacchi dall'esterno. Venezia era rimasta estranea alle guerre d'Italia dopo il 1530. Durante la guerra contro i Turchi per il possesso di Cipro ebbe il soccorso di una crociata e di navi spagnole, sabaude, toscane e pontificie. Gli Stati sabaudi furono i meno toccati dal dominio spagnolo e tentarono anche di conquistare alcuni possedimenti francesi. Tra la fine del 1600 e l'inizio del 1700 l'Italia fu teatro dello scontro tra le potenze europee. I Savoia aumentarono il loro peso politico, mentre al dominio spagnolo si venne sostituendo quello austriaco (trattato di Utrecht del 16 aprile 1713).


Il predominio austriaco

Con la pace di Utrecht l'Austria aveva sostituito la Spagna quale potenza dominante in Italia, assicurandosi il Milanese, la Sardegna, il Napoletano e lo Stato dei Presidi, mentre Vittorio Amedeo II di Savoia, che aveva mirato alla conquista del Milanese, dovette accontentarsi del Monferrato e della Sicilia col titolo di re. La Lombardia austriaca (comprendente le odierne province di Milano, Como, Varese, Cremona senza Crema, possesso veneziano, Mantova e Pavia senza l'Oltrepò) ricevette un notevole impulso dal riformismo absburgico e fu, con la Toscana, quello tra gli Stati italiani in cui fu maggiore l'efficacia del movimento illuministico e in cui i processi di trasformazione economica a cui era avviata la penisola si manifestarono nei loro aspetti più positivi. L'Italia della fine del Settecento fu travagliata da un'acuta crisi sociale, rappresentata in particolare dalla crescente miseria delle popolazioni contadine, su cui si innestava la crisi della politica riformatrice, che nasceva dal contrasto tra l'autoritarismo dei sovrani e la debolezza delle forze innovatrici; inoltre quasi tutti gli Stati italiani si trovavano in difficoltà finanziarie. Su questa situazione doveva influire potentemente la Rivoluzione francese, le cui idee trovavano un terreno particolarmente adatto nei gruppi più vivi dei ceti intellettuali italiani, specie tra i più giovani, che dall'Illuminismo avevano ricevuto un'educazione ispirata alle idee di libertà e di uguaglianza, di sovranità popolare e dei diritti dell'uomo.


Le origini del Risorgimento

L'età giacobina e napoleonica (1796-1814). Una parte del ceto dirigente illuminista, di fronte all'affossamento delle riforme, si distaccò dai governi (Melzi, Verri, G.B. Vasco), abbracciando posizioni costituzionali moderate che ne prepararono l'adesione ai governi repubblicani. Si formarono minoranze «patriote» e giacobine, in parte derivate dalla massoneria, che iniziarono una vivace attività cospirativa accompagnata da repressioni poliziesche ed esecuzioni capitali. Napoleone iniziò la sua penetrazione in Italia nel marzo 1796. Un congresso elettivo convocato a Reggio e poi a Modena (27 dicembre 1796 - 1° marzo 1797) approvò la creazione di una Repubblica Cispadana una e indivisibile, la cui costituzione, accentuatamente moderata e modellata su quella francese del 1795, fu l'unica del triennio repubblicano a non essere imposta dai Francesi. Un direttorio di tre membri e un corpo legislativo si riunirono a Bologna; ma nel luglio del 1797 Bonaparte decise di sciogliere la Cispadana e la aggregò, insieme alla Romagna, alla Repubblica Cisalpina, sorta il 29 giugno 1797. Sin dal 6 giugno era stata creata la Repubblica Ligure democratizzata; un grave colpo ricevette invece il movimento giacobino con la cessione all'Austria del Veneto, sanzionata dalla pace di Campoformio (17 ottobre 1797). Anche Roma fu occupata dai Francesi e venne istituita la Repubblica Romana (1798).

Nel 1805 Napoleone, divenuto imperatore, assunse il titolo di re d'Italia e trasformò la Repubblica Italiana in Regno d'Italia Dopo la sconfitta di Napoleone a Lipsia (1813), sorse la speranza che fosse possibile ottenere per i regni napoleonici in Italia l'indipendenza sia dalla Francia sia dall'Austria. Di questa situazione approfittò l'Austria per instaurare una reggenza, che il 12 giugno proclamò l'annessione della Lombardia all'Impero austriaco. Le sorti dell'Italia vennero definitivamente decise dal congresso di Vienna, che restaurò gli antichi sovrani.


Il Risorgimento

Dopo la Restaurazione si diffuse in tutta Italia il desiderio di indipendenza. Ovunque si costituirono sette segrete (si ricorda in particolare la Carboneria) e gruppi rivoluzionari. La prima azione fu quella della Carboneria napoletana (1820) che ottenne da re Ferdinando la costituzione spagnola del 1812. Altre insurrezioni si ebbero poi in tutta Italia ma furono represse. Uomini come Mazzini (che aveva fondato nel 1831 un'associazione di patrioti, la «Giovine Italia»), Buonarroti, Balbo e Gioberti sollevarono per primi il problema dell'unità nazionale, proponendo diverse soluzioni (mentre Gioberti auspicava uno Stato sotto la guida del papa, Mazzini sperava in una rivoluzione che avrebbe portato alla repubblica). Il 1848 fu l'anno in cui iniziarono vere e proprie battaglie per l'indipendenza. Insorsero Palermo, Milano (Cinque giornate) e poi Venezia. Carlo Alberto di Savoia accorse in aiuto dei rivoluzionari e così fecero altri sovrani fino a quando, ritiratosi papa Pio IX dal conflitto, ne seguirono l'esempio. Carlo Alberto, sconfitto a Custoza, fu costretto ad abdicare in favore del figlio. Le iniziative rivoluzionarie che seguirono, a opera di Mazzini e Pisacane, non ebbero successo. Cominciava a prendere piede il moderatismo di Cavour (presidente del consiglio nello Stato dei Savoia) che auspicava un'unione sotto la guida del Piemonte. Cavour stabilì un accordo con Napoleone III (Plombières, luglio 1858) con il quale la Francia accettava di aiutare l'Italia in caso di attacco austriaco. Ciò accadde durante la II guerra d'Indipendenza che si concluse inaspettatamente con l'armistizio stipulato da Napoleone a Villafranca, nonostante le vittorie italiane a Solferino e a San Martino. I Savoia ottennero solo la Lombardia. Cavour deluso si dimise per poi ritornare sulla scena politica nel 1860, quando Napoleone diede il suo assenso ai plebisciti con i quali la Toscana e la Romagna chiedevano e ottenevano l'annessione al Piemonte. In seguito all'insurrezione palermitana dell'aprile 1860, Garibaldi assunse la guida di una spedizione che partì da Quarto (Mille, spedizione dei) nel maggio 1860. Tale spedizione ebbe successo e si concluse con la conquista della Sicilia e di Napoli e con l'incontro tra Garibaldi e il re Vittorio Emanuele II, che era penetrato in Roma battendo l'esercito papale, a Teano (ottobre 1860). Il 17 marzo 1861 venne pubblicato il decreto che proclamava il regno d'Italia sancendone l'unità.


L'Italia unita

La camera del nuovo regno d'Italia (il ramo rappresentativo del parlamento, accanto al senato, di nomina regia), i cui deputati venivano eletti sulla base di collegi uninominali da un elettorato che rappresentava soltanto il 2% dell'intera popolazione della penisola, era divisa in due schieramenti, una Destra, composta da liberali conservatori e moderati, e una Sinistra, che riuniva i liberali più avanzati e i democratici, preoccupati soprattutto di risolvere i problemi dell'unificazione. Alla morte di Cavour (6 giugno 1861) venne chiamato al potere Bettino Ricasoli, che si preoccupò degli immediati problemi amministrativi posti dalla formazione dello Stato unitario, risolvendoli con l'accentramento e la divisione dello Stato in 59 prefetture dipendenti dal ministero degli interni e unificò il debito pubblico assumendo il disavanzo degli Stati scomparsi; nel Meridione venne iniziata una dura repressione del brigantaggio: la lotta che ne nacque si prolungò fino al 1865, provocando più di cinquemila morti tra le file dei briganti. Il partito d'azione premeva intanto per la liberazione di Roma e del Veneto. Maturava la possibilità di conquistare il Veneto, attraverso un'alleanza con la Prussia che era ormai in aperto contrasto con l'Austria. Pur tra difficoltà e diffidenze reciproche le trattative sboccarono nel trattato dell'8 aprile 1866, sulla base del quale l'Italia entrò successivamente in guerra, senza che però fosse stato elaborato un piano d'azione comune tra i due eserciti.

L'Italia ottenne così il Veneto. Dopo la sconfitta di Napoleone III a Sedan, sotto la pressione della Sinistra e di gran parte dell'opinione pubblica, falliti gli estremi tentativi di trovare un accordo con Pio IX, le truppe del generale Raffaele Cadorna penetrarono nello Stato Pontificio e conquistarono Roma (20 settembre 1870). Il papa, coerentemente alle sue precedenti prese di posizione, si dichiarò contrario a ogni riconoscimento del fatto compiuto, e il governo diede una soluzione unilaterale ai rapporti col Vaticano mediante la legge delle Guarentigie (1871). Le elezioni del novembre 1874 segnarono un insuccesso della Destra storica e nel marzo 1876 il re dovette chiamare al governo Agostino Depretis, capo della Sinistra parlamentare. Nel paese si diffondevano e si organizzavano le prime forze di una Sinistra dichiaratamente socialista. Il governo approvò un allargamento del corpo elettorale in conseguenza del quale gli elettori passarono da 600.000 a 2 milioni circa (1882). Dopo il 1880, per il timore di restare isolati in Europa, il governo si indirizzò verso una cauta espansione in Africa e verso l'alleanza con gli Imperi centrali (Triplice alleanza, 20 maggio 1882, rinnovata poi nel febbraio 1887 a condizioni più vantaggiose). Nell'agosto 1887, alla morte di Depretis, la presidenza del consiglio fu assunta da F. Crispi. Nel marzo 1896 Crispi, che aveva ripreso la politica di espansione coloniale in Africa (occupazione dell'Eritrea), puntando su di essa per risolvere anche le difficoltà interne, venne rovesciato a seguito della sconfitta di Adua (1° marzo 1896). Tra l'aprile e il maggio 1898 si ebbe una serie di dimostrazioni, che culminarono nelle giornate di Milano (6-8 maggio) in cui il generale Bava-Beccaris impiegò l'esercito per una repressione sanguinosa, a cui seguì la proclamazione dello stato d'assedio in quasi tutte le province e la persecuzione contro i socialisti e i cattolici dell'Opera dei congressi, accusati entrambi di aver promosso i tumulti. La vastità della crisi del 1898 spinse il governo Pelloux (costituitosi nel giugno 1898) ad accentuare la politica illiberale, presentando una serie di decreti-legge per la restrizione delle libertà di sciopero, di stampa e di riunione. Gli succedette (giugno 1900) G. Saracco che ritirò i disegni di legge illiberali.


L'età giolittiana e la prima guerra mondiale

Il periodo 1900-1913 fu caratterizzato dalla figura di Giolitti che fu più volte presidente del consiglio. Sotto di lui si ebbe un periodo di grande espansione economica. Nel 1912 fece approvare la riforma elettorale che prevedeva il suffragio universale maschile esteso a tutti coloro che avessero fatto il militare anche se analfabeti. In politica estera riprese la campagna per la conquista della Libia (1911-1912). Giolitti si dimise nel marzo 1914 in seguito all'insuccesso elettorale del 1913 che aveva visto un'enorme crescita dei socialisti e dei cattolici. Salandra, succeduto a Giolitti, fece entrare l'Italia nel primo conflitto mondiale (24 maggio 1914). ® Guerra mondiale (prima)


L'Italia tra le due guerre

Al termine della prima guerra mondiale l'Italia - pur vittoriosa - dovette affrontare una situazione molto grave dal punto di vista economico-sociale, di fronte a cui la vecchia classe dirigente liberale si rivelò inadeguata, mentre si affermavano due partiti di massa, il partito socialista e il partito popolare italiano (fondato da don Sturzo nel 1919). Mussolini fondò a Milano il movimento dei Fasci Italiani di combattimento (23 marzo 1919), con un programma ultrademocratico e nazionalista nello stesso tempo. Per tutto il 1921 la violenza fascista (squadrismo, spedizioni punitive, ecc.) imperversò in Italia contro le organizzazioni socialiste, specie nella Val Padana, spesso con la connivenza delle autorità; nel partito socialista maturava intanto una crisi che portò nel gennaio 1921 alla scissione della minoranza aderente ai ventun punti della terza Internazionale e alla fondazione del partito comunista d'Italia (congresso di Livorno). Il movimento fascista (costituitosi in partito il 9 novembre 1921 nel congresso di Roma) andò sempre più rafforzandosi. Nel congresso nazionale fascista riunitosi a Napoli il 24 ottobre il «duce» annunziò la «marcia su Roma», che fu effettuata il 28 dello stesso mese. Mussolini ebbe dal re l'incarico di formare il governo, che fu insediato il 31. Il primo governo Mussolini fu un governo di coalizione, cui parteciparono esponenti liberali e popolari e che fu appoggiato dall'esterno anche da Giolitti, poiché la vecchia classe dirigente pensava ancora che fosse possibile arrivare a una «normalizzazione» e costituzionalizzazione del fascismo.

Tra il novembre 1922 e il giugno 1924, il fascismo esautorò di ogni potere gli altri partiti e creò suoi organi, come il Gran consiglio e la Milizia (gennaio 1923), che assicurò a Mussolini uno strumento del tutto indipendente dalla normale organizzazione militare dello Stato. Il 25 gennaio 1924 un decreto reale sciolse la camera, dopo che i due rami del parlamento avevano approvato la legge elettorale maggioritaria Acerbo, che fu applicata nelle elezioni del 6 aprile, svoltesi in un clima di violenze e di soprusi. Con una legge del 24 dicembre 1925 Mussolini, che cumulò in sé le funzioni di capo del governo e di primo ministro, venne investito della piena autorità esecutiva, che esercitava a nome del re senza ingerenza del parlamento, il quale venne privato dell'iniziativa delle leggi. Un elemento assai importante nella politica del fascismo fu l'avvenuta conciliazione dello Stato con la Chiesa (patti lateranensi dell'11 febbraio 1929), che servì a Mussolini anche per rafforzare il prestigio del fascismo e quello suo personale e per utilizzare l'appoggio della Chiesa come strumento di espansione nazionale. In politica estera, Mussolini pensava all'Etiopia come campo di espansione coloniale. Dopo la rapida vittoria (maggio 1936) e la proclamazione di un effimero Impero, la cui corona fu offerta a Vittorio Emanuele III, poté delinearsi e prendere sempre più consistenza un avvicinamento italo-germanico che fu fissato negli accordi di Berlino del 23 ottobre 1936 (l'Asse Roma-Berlino, come lo definì Mussolini nel discorso di Milano del 1° novembre 1936); l'intesa fra i due Stati totalitari fece poi le sue prove con l'intervento, in aiuto di Franco, nella guerra civile di Spagna (1936-1939), consolidandosi definitivamente con la stipulazione del Patto d'acciaio (22 maggio 1939).


La seconda guerra mondiale, la caduta del fascismo e la Resistenza

L'Italia intervenne nel conflitto (Guerra mondiale (seconda)) a fianco della Germania nel 1940 dopo un periodo iniziale di non belligeranza e dopo alcune incertezze dovute al fatto che il ministro degli esteri Ciano, dopo essere stato un fautore dell'Asse, era venuto progressivamente raffreddando i suoi entusiasmi verso la Germania. Il distacco tra paese e regime si venne allargando man mano che lo sfavorevole andamento delle operazioni dimostrò l'inadeguatezza della preparazione militare e l'errore dei calcoli di Mussolini. Questi, messo in minoranza nella seduta del Gran consiglio del 25 luglio 1943, fu fatto arrestare da Vittorio Emanuele III, che affidò il potere a un governo presieduto dal maresciallo Pietro Badoglio e composto da tecnici e da militari. Badoglio avviò nell'agosto trattative con gli Alleati, che portarono all'armistizio di Cassibile (3 settembre), annunciato prematuramente l'8 settembre dal governo italiano. Il governo Badoglio, rifugiatosi al Sud con il sovrano sotto la protezione alleata mentre Roma veniva occupata dai Tedeschi, firmò il 29 settembre a Malta un nuovo armistizio («armistizio lungo») e il 13 ottobre dichiarò guerra alla Germania, mentre i ricostititi partiti antifascisti (democratico cristiano, socialista, comunista, liberale, demolaburista, d'azione, repubblicano) rifiutavano di collaborare con Badoglio e con la monarchia. Nell'Italia occupata dai Tedeschi si costituiva intanto la Repubblica Sociale Italiana, capeggiata dallo stesso Mussolini (23 settembre 1943). Contro i fascisti della Repubblica di Salò e gli occupanti tedeschi si organizzò, il movimento della Resistenza, sviluppatosi subito dopo l'8 settembre in tutta l'Italia centrosettentrionale, dapprima come fenomeno spontaneo poi come organizzazione militare dei Comitati di liberazione nazionale (CLN). Roma fu liberata il 4-5 giugno 1944, e subito dopo si ebbe la proclamazione della luogotenenza e la formazione di un nuovo governo, presieduto da Italia Bonomi, presidente del CLN centrale. Dal febbraio 1945 poté realizzarsi, in coincidenza con la vittoriosa offensiva alleata, un'intensificazione dell'attività delle formazioni partigiane, che sboccò nell'insurrezione generale dell'aprile 1945 e nella liberazione totale del territorio nazionale. Si formò nel giugno 1945 il ministero presieduto da F. Parri, segretario del partito d'azione ed esponente partigiano, come soluzione di compromesso tra le opposte candidature di Alcide De Gasperi (DC) e Pietro Nenni, segretario del partito socialista. Nel marzo-aprile 1946 il governo fece effettuare le elezioni amministrative, che segnarono il netto prevalere dei partiti di massa (democratici cristiani, socialisti e comunisti), mentre gli altri partiti venivano drasticamente ridimensionati dal responso delle urne. Il governo stabilì per il 2 giugno 1946 le elezioni politiche per l'elezione di un'Assemblea costituente, che avrebbe dovuto elaborare una nuova costituzione, da tenere contemporaneamente a un referendum istituzionale. Poco prima delle elezioni Vittorio Emanuele III abdicò (9-10 maggio): la soluzione repubblicana prevalse, sia pure di stretta misura, con il 54% dei voti (12.717.923 contro 10.719.284). I tre partiti maggiori diedero vita (insieme col piccolo partito repubblicano: 4,4%) a un nuovo ministero De Gasperi. Fu questo il governo che il 10 febbraio 1947 firmò il trattato di pace (ratificato nell'autunno): le clausole del trattato comportavano, oltre alla perdita dell'Istria a favore della Iugoslavia e a piccole rettifiche sulla frontiera alpina a vantaggio della Francia, la rinuncia alle colonie, il pagamento di risarcimenti alle potenze vittoriose, forte riduzione delle forze armate. Restavano però ancora aperte la questione di Trieste e la controversia per l'Alto Adige con l'Austria. La costituente, riunitasi il 25 giugno 1946, elesse due giorni dopo capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola, elaborando nei mesi successivi la costituzione repubblicana, approvata il 22 dicembre 1947 ed entrata in vigore il 1° gennaio 1948.

L'Italia è una Repubblica. La costituzione  attribuisce al Parlamento (Camera dei deputati e Senato) il potere legislativo e la funzione di controllo sull'indirizzo e sull'attività del potere esecutivo (Consiglio dei ministri). Il Parlamento elegge inoltre, in seduta comune, il presidente della Repubblica che mantiene la carica per sette anni e a cui spetta la nomina del presidente del Consiglio dei ministri e dei ministri.

Amministrativamente il paese suddiviso in 20 regioni (di cui 5 a statuto speciale: Trentino-Alto Adige, Valle d'Aosta, Friuli-Venezia Giulia, Sicilia e Sardegna) e 103 province, otto delle quali istituite nel 1992.